
E.SPALLETTI
Parole chiave: psicoanalisi, salute mentale, Freud, trauma, inconscio
La desolazione, l’isolamento sociale e la salute fisica
Sarantis Thanopulos
Nel 2023 Vivek Murphy, “Dottore della Nazione” (Surgeon General) degli Stati Uniti, un pubblico ufficiale nominato dal governo che deve fornire informazione scientificamente autorevole su temi di salute (lavorano per lui 6000 esperti), ha inviato un rapporto alla cittadinanza in cui si riportavano dati allarmanti: la desolazione e l’isolamento sociale aumentano il rischio di morte prematura rispettivamente del 26% e del 29%. Il rapporto era accompagnato da una lettera di Murphy, pubblicata il 23 Aprile 2023 sul “N.Y Times” con il titolo “ Siamo diventati una nazione di desolazione. È tempo di riparare”. Nella lettera si diceva: “La desolazione non è solo una brutta sensazione – ferisce sia la salute individuale sia quella sociale. È associata con maggiore rischio di malattie cardiovascolari, demenza, ictus cerebrale, depressione, ansia e morte prematura. Il suo impatto sul tasso di mortalità è simile a a quello del fumare 15 sigarette al giorno e superiore a quello dell’obesità e dell’ inattività fisica.”
Due mesi dopo degli studiosi di Harvard hanno pubblicato una ricerca basata su dati presi dallo “Studio della Salute e del Pensionamento”(un archivio nazionale costantemente aggiornato): “La desolazione e l’isolamento sociale sono minacce di egual valore per la salute e il benessere?” Dopo avere esaminato 13.752 casi di adulti sopra i cinquant’anni con un follow up di 4 anni, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che la desolazione è un predittore più forte del rischio di un disagio psichico, l’isolamento sociale un predittore più forte di un disagio fisico. La comparazione con un’importante meta-analisi di vari studi condotta dall’Università di Brigham nel 2015 ha rivelato una progressione considerevole del rischio di mortalità. Nell’analisi retrospettiva del 2015 la desolazione e l’isolamento sociale erano associati a un aumento del rischio rispettivamente del 26% e del 29%, i dati riportati da Murphy. Nello studio del 2023 l’aumento del rischio era passato al 43% per la desolazione e al 74% per l’isolamento sociale.
Nel mese di Giugno scorso un nuovo studio dell’Università di Harvard (“Desolazione cronica e ictus cerebrale in persone di mezza o tarda età”), basato su dati del periodo 2006-2018, ha riscontrato un aumento del 56% del rischio di ictus per coloro che hanno sofferto lungamente di desolazione. Con una chiara correlazione tra durata della desolazione e aumento del rischio.
Gli studiosi distinguono tra solitudine (solitude), desolazione (loleliness) e isolamento sociale. La prima è un’aspetto fisiologico della vita, riguarda lo spazio privato di sé e può essere attivata intensamente nelle perdite come parte importante del processo del lutto. La seconda corrisponde a un ritiro (temporaneo o duraturo) dalla vita legato a problematiche esistenziali. L’isolamento sociale è la deprivazione relazionale le cui cause sono da ricercare nella società.
L’isolamento sociale aumenta molto il rischio di desolazione, e quindi del disagio psichico (gli effetti devastanti perduranti della pandemia sulla psiche individuale e su quella collettiva sono evidenti a tutti) e, e di ritorno, la desolazione aggrava l’isolamento sociale. Per comprendere il fatto che l’isolamento sociale ha più effetti negativi sulla salute fisica, mentre la desolazione è più dannosa sul piano psichico, si dovrebbe tenere in considerazione il fatto che la tensione causata nella nostra struttura psicocorporea dalla deprivazione affettiva e relazionale nell’isolamento sociale si scarica più direttamente nel corpo, mentre nella desolazione una sua parte significativa è assorbita dall’apparato psichico.
Negli ultimi anni la nostra attenzione è stata particolarmente attratta dai danni psichici causati dalla deprivazione relazionale correlata alla pandemia. Sono danni gravi, con conseguenze molto negative nella vita di tutti che, pur essendo oggetto di forte allarme, non hanno prodotto alcun atto di riparazione. Prosegue, infatti, la folle corsa nella promozione della comunicazione online, il motivo principale della dissoluzione delle relazioni personali e sociali, che ha fortemente invaso anche il campo della cura psichica. Così del tutto pacificamente si propone come rimedio al malessere una delle sue cause.
È forte nel nostro tempo l’idea che ciò che conta è la vita biologica. Che è la biologia, e non le nostre relazioni, a determinare i nostri desideri, i nostri sentimenti e i nostri pensieri. Nessuno dato scientifico ha mai confermato questa pretesa che ha portato a una diffusa medicalizzazione non solo della cura psichica ma anche del nostro modo di vivere (drogandolo in tanti modi). L’evidenza scientifica che l’ erosione delle nostre relazioni e del nostro spazio affettivo danneggia gravemente il nostro organismo (cosa, peraltro, del tutto prevedibile se si tiene conto di ciò che è veramente un essere umano con la sua cultura e la sua storia), crea disorientamento, incrina la sicurezza di una vita scolpita nel granito della determinazione genetica.
Murphy può continuare a sostenere dal suo posto autorevole che le relazioni sono importanti per la nostra sopravvivenza biologica come il cibo, il bere e l’avere un tetto. Nessuno dei potenti della terra è veramente disposto ad ascoltarlo. La responsabilità cade sui medici (e ce ne sono davvero tanti che nelle relazioni umane con i loro pazienti credono) e su ognuno di noi: coltiviamo gli spazi degli incontri personali nel lavoro, nei luoghi della cultura, del divertimento conviviale, del culto, della politica. Rivendichiamo il tempo libero dell’amore, dei legami con le persone care, del “dolce far nulla” con gli amici (dell’attività inoperosa della passeggiata o della conversazione). Torniamo a vivere veramente.